Nella celebre frase “e vissero per sempre felici e contenti” trovano posto una serie di assunti rincuoranti che durante l'infanzia ci facevano dormire come morbidi agnellini in casa di un vegetariano. Essi completavano e fornivano un senso logico al grazioso quadretto d'idee balorde che popolano tradizionalmente la mente di ogni infante. Tra di esse spiccano: “il paradiso è in cielo, mentre l'inferno è sotto terra”, “se ho dato una testata sul tavolo è colpa del tavolo” e “da grande vorrei fare la suora di clausura”. Sebbene le fiabe descrivano in genere il trionfo dei buoni sentimenti e delle vergini maltrattate, esse hanno un effetto controproducente sul piano della socializzazione.
L'amore che lega il principe azzurro e la splendida giovinetta residente in un porcile non areato ci spinge a credere che sposarsi prematuramente sia una mossa non solo molto romantica, ma anche estremamente brillante. Questo spiega il lungo susseguirsi di traumi che si snodano a partire dal primo impatto con i propri coetanei e che presumibilmente dovrebbero avere fine accettando di divenire a tutti gli effetti una persona cinica.
Dietro ai volti puliti e sorridenti del principe e della lavapiatti dal cuore d'oro trova posto una concezione di amore imperituro che, in un contesto cattolico come quello in cui quotidianamente prendiamo i mezzi pubblici e malediciamo il nostro prossimo, contribuisce alla sedimentazione di credenze che un tempo i detentori del potere usavano per terrorizzare il popolo. Macabro come ben poche forme di amore sanno essere, l'amore eterno riesce a coesistere in un contesto ultraterreno (e dunque, secondo l'opinione di molti, a non esistere) e nel “reparto vergogna” della nostra mente, dove albergano le insicurezze e il senso di inadeguatezza.
Pur apprezzando lo straordinario lavoro di recupero e rivisitazione delle fiabe popolari tedesche operato dai fratelli Grimm, crediamo dunque di dover dissentire: ad un amore eterno e senza sbavature preferiamo senza dubbio la variante umana, corruttibile e mortale.
di Margherita Ferrari.