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Santa Giuseppina Bakhita
(1869-1947)

“Haud difficile est percipere parvae servae Africae Bakhitae experientiam eandem fuisse ac tot hominum qui tempore nascentis christianismi vexati sunt et servitute damnati”. “Non è difficile rendersi conto che l’esperienza della piccola schiava africana Bakhita è stata anche l’esperienza di molte persone picchiate e condannate alla schiavitù nell’epoca del cristianesimo nascente”.
Sono le parole scritte nel 2007 da Benedetto XVI, per la sua enciclica Spe Salvi. Dove sta anche scritto che “Hic autem, post terrificos illos « dominos », ad quos in proprie tate pertinuerat, Bakhita novisse potuit ‘dominum’ prorsus diversum, quem – ex loquela Venetiarum quam tunc didicerat – « paron » appellabat, Deum scilicet viventem, Deum Iesu Christi “. Anche se non conoscete il latino, potete notare che poco più sopra fa bella mostra di sé una parola veneta: “paron”. Il passo infatti così è stato reso in lingua volgare: “Qui, dopo ‘padroni’ così terribili di cui fino a quel momento era stata proprietà, Bakhita venne a conoscere un « padrone» totalmente diverso – nel dialetto veneziano, che ora aveva imparato, chiamava ‘paron’ il Dio vivente, il Dio di Gesù Cristo”. Insomma, se il Papa parla in veneto è perché la Santa stessa favellava nella lingua di Schio, dove visse gli anni più felici della sua vita. Diceva “queło che vołe el Parón”, “quanto bon che xé el Parón”, “come se fa a no vołerghe ben al Parón”. Perché lo chiamava proprio così, Paròn. E filologicamente è esattissimo: il Signore, il Dominus, una traduzione più efficace in veneto non la ha.

E pensare che ad usare con scioltezza questa parola fu questa ragazza che schiava lo fu sul serio. E la tratta dell’Islam non era una cosa da Alabama, dove si cantava il gospel mentre si raccoglieva il cotone. Rapita a 4 anni dai mercanti arabi, fu venduta a Karthoum, dove fu umiliata in tutti i modi possibili, non ultimo un “tatuaggio” inflittole da un generale turco: centinaia di tagli di rasoio su petto, ventre e braccia, poi via sopra il sale per rendere la cicatrice permanente. Salvata dal console Callisto Legnani (che trasse in salvo altri schiavi) approdò in Italia dove, quando la nuova famiglia affidataria (i Michieli) ripartì per l’Africa, fu messa in convento presso le Canossiane. Ottenne i sacramenti e divenne catecumena, e poté, grazie all’intraprendenza della maestra elementare Ida Zanolini, raccontare per intero la sua incredibile vicenda. Ne uscì un libro, “Storia meravigliosa” (1931), che ha un incipit piuttosto anni ‘30: “La persona slanciata, il colore nerissimo della pelle, la conformazione regolare del viso con le labbra e gli zigomi non troppo sporgenti, i capelli fitti e crespi, indicavano che Bakhita apparteneva alla razza negroide dei Dangiu, che occupava la zona sudovest del Sudan”. Ma, neanche sotto il fascismo, non è tutto razzismo quello che comprende la parola ‘negro’: l’11 dicembre 1936, Bakhita fu ricevuta a Roma da Benito Mussolini. “Tuti i vołe védarme: son propio na bestia rara!”. Nella Schio di inizio Novecento non poteva che destare interesse, specie nel caso dei bambini, che fremevano a vedere le fattezze di questa “Madre moréta”, come la chiamavano tutti; qualche anziano ricorda ancor’oggi gli ammonimenti degli adulti, che dicevano ai pargoli di non essere tentati a pensare - tale era la cifra esotico-fantastica intrinseca alla visione di una persona di colore nella provincia dell’epoca - che quella ragazza felice fosse fatta di cioccolato....

Il suo eterno sorriso, ben immortalato nel ritratto che tutti conoscono, è replicato oggi ovunque in Africa, dove i centri a lei dedicati si sprecano. Un simbolo vero, un concentrato di orgoglio per il continente nero tutto. La sua vita rovescia tutto: il dolore diventa gioia, la schiavitù diviene libertà: e questo probabilmente avviene tramite il potere assoluto della Santità. Bakhita capovolge anche il pensiero vigente, dimostrando che l’Africa non è esattamente “povera”: “Poareta mi? Mi no son poareta perché son del Parón e neła so casa: quei che non xé del Parón i xé poareti”. Parole sante. L’Europa è oggi l’Africa dello Spirito, i poveri oggi siamo noi, che siamo senza più Paròn. Altro che FAO, ONU, ONG , Bono Vox, AFRICOM, Jovanotti, Save the Children. Santa Bakhita, prega per le Afriche: la loro e la nostra.

 

“Quando eł Suman ga eł capeło,
se ancò piove doman fa beło”
Proverbio, in “Raccolta dei proverbi Veneti” di Cristoforo Pasqualigo (1857)

Piero Gondola

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