Lost in Vicenza
“Ancora una volta, la concretezza del presente è un’astrazione mascherata, è l’indicibile”. Queste non sono le parole di un metafisico dei massimi sistemi, né di un poeta particolarmente ispirato. Sono le parole - assai convincenti - di un critico televisivo (d’accordo, il migliore in circolazione). Aldo Grasso, che già in passato si era sperticato in elogi iperfilosofici sulla serie, scrive così dopo la visione del Santo Graal della televisione degli anni ‘00: l’ultima puntata di Lost. Che non sarebbe mai arrivata, avevamo pensato in tanti, e che invece si è materializzata in tutto il suo ingombro. Ingombro perché chi lo ha seguito, a questa serie televisiva ha dedicato la bellezza di anni 6 (sei). Sempre lì a sbavare in attesa del prossimo episodio, a restare appesi ai cliffhanger (=baratri narrativi) di cui è puntellata la sceneggiatura, a consultare compulsivamente il client peer2peer per vedere se è uscita la nuova puntata, e a tapparci le orecchie e urlare “LALA - LALALALALA ” se capiamo che il tizio che parla innanzi a noi è “più avanti” e sta per rivelarci dettagli della trama che - scusate - preferiamo ci siano rivelati guardandoci il telefilm per conto nostro - altro che intercettazioni, urge una legge draconiana contro lo “spoiling”.
“Lost” è stato un fenomeno generazionale per moltissimi versi. Perché è stato il primo serial distribuito veramente soprattutto attraverso l’internet “pirata”. Perché è stato il primo vero banco di prova per i fansubber, quei tizi meravigliosi che gratutitamente sottotitolano i telefilm a tempo di record e mettono tutto in share. Ecco la parola giusta, share. Condivisione. Merce assai rara oramai, ma che “Lost” ha saputo offire a valanghe: l’indomani della visione di un episodio, come non parlarne a scuola, al lavoro, al telefono? Come non interrogarsi sui mille enigmi disseminati in quel pazzesco mondo parallelo dell’Isola innominata? Sì, “Lost” ha un po’ cambiato le cose. La televisione ha smesso di essere un polpettone logoro e ha cominciato ad assomigliare alla parte migliore di noi e della nostra vita: disorientati ma lucidi, epici anche nel minimalismo dei nostri ricordi, sempre “persi” e poi ritrovati in un significato più complesso, più grande. Forse la nostra vita domestica assomiglia a “Beautiful”: ripetitiva e un po’ triviale, con tante energie spese a fantasticare miriadi di microcombinazioni possibili. La nostra vita comunitaria, cioè la nostra città, invece assomiglia a “Lost”: piccola, stracarica di mistero, stracarica di senso. Piena di romanticismo, piena di eroi che non sanno di esserlo. E che ci siano sopra e sotto il suolo pure delle stazioni militari da fantascienza in cui si vagheggi di arcani piani e di bombe atomiche certo aiuta la nostra similitudine…